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    December 09

    BABBO NATALE E' UN TOSSICO!

    Non c’è niente da dire né da spiegare: Natale mi fa schifo punto e basta. Sì, odio il Natale, e allora? E poi non è che odio solo il Natale, odio il Natale e tutto quanto ruota intorno a esso. Le palline colorate. Luccicanti. Scintillanti. I festoni che penzolano dalle finestre. Le vetrine con la neve finta. I pacchi regalo con la carta riciclata. Odio le strade di Natale. Odio le compere di Natale. Odio perfino l’odore del Natale.

    Già.

    E le canzoncine? Poco irritanti le stupide canzoncine?

    Bhe, giro per le strade e incontro bambini che urlano ai genitori il diritto di avere in regalo nell’ordine:
    - un trenino elettrico che va davvero a carbone (Dio salvi le tende della mamma!);
    -
    l’ultimo modello di PlayStation così tridimensionale che il bambino diventa tre volte deficiente;
    - un robot che saprebbe allacciare le scarpe ma che non lo fa perché emancipato;
    - una pistola giocattolo con proiettili così simili a quelli veri che se ti colpiscono t’ammazzano sul serio;
    - la Barbie che batte;
    - Ciccio Bello sifilitico;
    - un’astronave simil Star Trek, a grandezza naturale, che per tenerla in garage papà lascerà fuori la Punto;
    - Goku di peluche, alto 6 metri, che sputa catarro...


    Tutto qui. Urla il pargolo. Dice che non può vivere senza, no. “Bastardi, vi denuncio” grida istericamente.

    Camminando per le strade vedo luminarie così brutte che mi viene la pelle d’oca. File di luci a comporre stelle comete, frutta gigante, alberi di Natale, babbi di Natale, slitte tirate da renne senza corna (alcune lampadine sono fulminate) e pacchi regalo galattici. Vedo chiese contornate da luci che sembrano rincorrersi, così veloci che se non distogli lo sguardo ti viene da vomitare. La città è in preda a una crisi elettrica... Si vergogna di come l’abbiano conciata, poveretta, potesse parlare! Dalle porte dei negozi escono immancabili le note di Jingle Bells, maledetto anche colui che l’ha scritta!

    Poi la gente… La gente mangia fino a scoppiare. Frutta così candita che a camminare vicino a chi la mangia si cariano i denti. Zucchero filante che costa sette euro mentre il vero valore sarebbe sì e no due centesimi. Sciarpe rosse abbinate a berretti e guanti rossi pure loro (oddio, quanti piccoli Babbi Natale…). Scarpe scintillanti. Tutti con mille borsine che straripano doni da impacchettare. La corsa per acquistare qualcosa da mettere per le feste è appena cominciata… Sì perché a Natale ci vuole biancheria nuova. Scarpe nuove. Giacche nuove. Maglie nuove. Gonne nuove. E poi il sorriso di sempre, quello finto, quello troppo tirato per essere vero, quello che denuncia quanto dobbiamo essere felici piuttosto di quanto lo siamo davvero.

    E c’è pure freddo a Natale. Quel freddo che starei a letto tutto il giorno. Da solo. Raggomitolato nelle coperte a godermi un santo caldo e la mia santa presenza. In silenzio. Con pensieri tutt’altro che natalizi. Fa così freddo che quando esco mi devo conciare come un esquimese d'inverno. Così goffo che non riesco a afferrare gli oggetti. Cammino come uno spastico investito da una macchina pochi giorni prima. Il vapore del respiro poi mi rende cieco. La cuffia sordo. Non riesco a piegare le braccia. Non articolo le caviglie. Nemmeno King Kong si muoveva così goffo... Sbuffo in continuazione. Maledico il freddo e me stesso per aver abbandonato, chissà poi perché, il letto.

    Sì, un freddo che concilia il silenzio. La solitudine. Un freddo che spinge a non sorridere per non spaccarsi le labbra (già, odio pure il burro cacao!). Che mi spinge a non parlare di alcunché con alcuno.

    Vago come un sonnambulo che sogna qualcosa di troppo irreale per essere vero. Troppo dolce. Troppo melenso. Troppo artificiale. Finto. Programmato. Impossibile.

    Cazzo.

    I passanti spintonano per passare (sono passanti mica per niente!). Tutti che hanno una maledetta fretta natalizia.

    Quasi in preda a una crisi isterica raggiungo l’entrata di un grande magazzino. Un iper, così “iper” che il parcheggio potrebbe fare comune. Forse provincia. Mi volto indietro a guardare una rissa tra un vecchio e una casalinga, un tamponamento tra due extracomunitari e una scazzottata per l’ultimo carrello disponibile. Poi entro in un lungo corridoio dove i carrelli sembrano macchine di formula uno lanciate verso la prima curva del tracciato. Uno scarta a destra, l’altro supera a sinistra. Quello urta il sedere della cicciona. Uno frena di colpo, un altro schiaccia contro la parete un bambino col nonno. E io, spinto a tutta birra da chi mi sta dietro, derapo in una pista più larga ma altrettanto trafficata, in un caldo che neanche a Calcutta il 15 di Agosto.
    Entrato!

    Dentro l’aria è irrespirabile. Tutti fanno un gran vociare. Dopo un minuto ho così male alla testa che avrei bisogno di tre Moment, un whisky e sei sigarette (nonostante io non sia nè bevitore nè fumatore). Arrivato davanti agli articoli sportivi vengo raggiunto e fermato da uno spilungone claudicante vestito da Babbo Natale. La barba bianca gli sta di traverso sulla faccia. Quando parla gli si vedono gli incisivi spezzati. Puzza terribilmente e mentre cerca di estorcere qualche soldo, in cambio di caramelle scadute, intercala le frasi con bestemmie tutt’altro che natalizie. Cazzo e figa come piovesse!

    Mi parla ma il suo sguardo non sembra vedermi. Dice cose gesticolando come un malato di mente. Mi tira la giacca... Inseguendomi perde per strada una scia di caramelle fuori produzione da anni. Poi mi strattona appioppandomi nomignoli tipo povero coglione o, ancora peggio, sacco di merda. Un tipico Babbo Natale gentiluomo delle favole moderne…

    Tiro dritto senza degnarlo di attenzione, faccio finta di non sentirlo, di non vederlo e di non annusare il suo fetore. Ma lui non molla, non cede: è caparbio, cocciuto, testardo. Santo Dio! Mi insegue tra le persone stracariche di roba. Giro a destra facendo la curva in derapata e anche lui gira a destra (investendo due passanti). Faccio la gimcana tra materiale in esposizione e lui ancora dietro (in uno strike esemplare). Accelero all’improvviso. Poi curvo a sinistra. Mi faccio scudo con uomo sulla sessantina piuttosto corpulento. Gli butto incontro sei bambini che urlano frasi dei cartoni animati giapponesi (in giapponese). Poi stremato mi infilo con mossa repentina nel cesso di servizio. Passano dieci secondi. Venti. Un minuto. Ce l’ho fatta. Evviva. Mi ha perso, fottutissimo babbo Natale, ti ho fregato!

    Ma poi la porta si apre e lui entra. Mi guarda. Beccato, dice.

     

    Seduti davanti a un grande bar beviamo coca e mangiamo pizzette con salsiccia malsana (ha un retrogusto che è meglio non indagare). Il tutto offerto da me naturalmente. Enrico, il Babbo Natale atipico, veniva nella mia scuola: noto delinquente era stato più volte bocciato infilandosi dritto dritto nel tunnel della droga, già! Era un po’ che non lo vedevo, avevo dimenticato perfino che fosse esistito. Lui non ricordava di avermi conosciuto, annuiva come fanno gli stranieri che si sono persi. Gli raccontavo qualche aneddoto sulla sua sfortunata carriera scolastica. Quando alla lavagna si tirò fuori il coso davanti alla prof di matematica (sospeso). Quando fu beccato a fumare spinelli nell’ora di religione (sospeso). Quando tirò una sassata dalla finestra colpendo una pattuglia di sbirri (sospeso, denunciato, arrestato). E quando, dulcis in fundo, fece a pugni col preside (espulso per sempre).

    Aveva vaghi ricordi. Sorrideva con uno sghembo sorriso. Ebete per giunta.

    Si faceva di nuovo di eroina, forse ancora per poco. Era chiaro. Lampante. Inequivocabile. Era drogato. Drogato pesto. Povero l’Enrico… Un babbo Natale tossico mi doveva capitare!

     

    Lasciatolo in balia di un altro trancio di pizza (forse letale) mi allontano furtivo. Guadagno l’uscita evitando i colpi di uomini disposti a uccidere pur di arrivare al parcheggio. Giunto al piazzale mi volto a vedere le luminarie con Jingle bells che mi rimbomba nelle orecchie (la davano in megastereofonia dagli altoparlanti dell’iper mercato). Vedo un mega babbo natale ciccione, fatto di mille lucine, che sorride. Rifletto. Il logo del Natale che campeggia, come fosse Dio, dall’alto del paradiso (del consumo)... Pagheranno il copyright a qualcuno per quella faccia? mi chiedo.

    Infine, sconsolato, senza energie e intirizzito da un freddo più intenso di quello lasciato all’entrata, guardo la fiumana di carrelli troppo pieni per essere veri. Mi soffermo a fare calcoli mentali di quanta inutilità esca da quel posto. Ci si sfamerebbe uno stato dell’Africa con ogni probabilità, penso. E poi quante cazzate e quanti soldi buttati ! Si dice che a Natale siamo tutti più buoni, ma con chi lo siamo? Dov’è tutta questa bontà? Nella sporta della spesa? Bho..

    Alla fine di questo pensiero scorgo un carrello spinto a fatica da tre facce conosciute. Marito, moglie e figlio. Il piccolo, poco più avanti, urla come un agnello squartato. Grida di muoversi mentre succhia un mega lecca-lecca e tiene con l’altra mano una pistola che sembra vera. Quando capisco chi è so con precisione cosa contiene il carrello senza doverlo guardarlo. Un Goku scatarrone di almeno sei metri. Un’astronave più grande di un’automobile. Presumo ci siano anche Barbie puttane e Ciccio Belli malati…

    Dopodichè l’allegra famigliola si dilegua nella folla; in ultimo il bambino mi guarda e mi fa un ditino medio piccolo piccolo e piuttosto cicciotto. Quasi bellino.

    Bastardo…

     

    Odio il Natale.

    Non ne voglio più sapere.

    Mi chiudo in casa e seduto nel mio cazzo di divano accendo la tv e faccio lo slalom tra commedie natalizie, pubblicità di panettoni e programmi dove le veline sono agghindate a veline di Natale.

     Finalmente!

     

     (Penso: anche quest’anno, presto o tardi, passerà!)